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NEWS del 19/10/12


Nuovo lavoro accessorio: un freno all’utilizzo dei voucher

La riforma del lavoro (legge legge 28 giugno 2012 n. 92) ha introdotto modifiche alla disciplina del lavoro occasionale accessorio, semplificandola ma al tempo stesso rafforzandone i limiti all’utilizzo, circoscrivendo il ricorso a questo istituto ai casi di lavoro meramente occasionale, cioè tali da non poter essere inquadrati in alcuna altra forma contrattuale, nell’intento di garantire la copertura contributiva e assicurativa a tutti quei rapporti di lavoro residuali che, altrimenti, resterebbero confinati nell’economia sommersa.

Infatti, il ricorso ai voucher può legittimamente aver luogo solamente per quelle attività che, per la loro natura occasionale e accessoria, fino ad oggi non sono assistite da alcuna tutela previdenziale e assicurativa, quindi attività non riconducibili a tipologie contrattuali tipiche di lavoro subordinato, già disciplinate dalla legge o dai contratti collettivi, o di lavoro autonomo; si deve trattare di mere prestazioni di lavoro residuali rispetto a quelle tipiche, inquadrate nell’istituto del lavoro occasionale accessorio al solo fine di assicurare le tutele minime previdenziali e assicurative in funzione di contrasto a forme di lavoro nero e irregolare (Circolare INPS n. 88 del 9 luglio 2009) (1) .

Con precisione, il novellato articolo 70 del decreto legislativo 10 settembre 2003 n. 276, come riformulato dalla legge 92/2012, stabilisce quanto segue: ” Per prestazioni di lavoro di tipo accessorio si intendono attività lavorative di natura meramente occasionale che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare, annualmente rivalutati sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati intercorsa nell’anno precedente (2). Fermo restando il limite complessivo di 5.000 euro nel corso di un anno solare, nei confronti dei committenti imprenditori commerciali o professionisti le attività lavorative di cui al presente comma possono essere svolte a favore di ciascun singolo committente per compensi non superiori a 2.000 euro, rivalutati annualmente ai sensi del presente comma”. Inoltre, la legge 7 agosto 2012 n. 134, ha aggiunto alla fine del comma 1 del nuovo articolo 70 i seguenti periodi: “Per l’anno 2013, prestazioni di lavoro accessorio possono essere altresì rese, in tutti i settori produttivi, compresi gli enti locali, fermo restando quanto previsto dal comma 3 e nel limite massimo di 3.000 euro di corrispettivo per anno solare, da percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito. L’INPS provvede a sottrarre dalla contribuzione figurativa relativa alle prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito gli accrediti contributivi derivanti dalle prestazioni di lavoro accessorio”.

Ferma la regola generale, valgono alcuni limiti particolari se il singolo committente è imprenditore commerciale o professionista, se la prestazione accessoria è svolta nell’ambito dell’attività agricola, oppure se si tratta di un committente pubblico. Il Ministero offre delle precisazioni riguardo alla corretta applicazione del lavoro accessorio in tali casi.

Anche il Ministero del Lavoro, con la circolare n. 18 del 2012, conferma la nuova regola secondo cui è possibile attivare sempre e comunque un rapporto di lavoro accessorio, tenendo conto esclusivamente del limite di carattere economico. Dunque, per la definizione di lavoro accessorio non sono più in vigore i previgenti limiti soggettivi e oggettivi che, tra l’altro, impegnavano i funzionari nella necessaria attività di verifica dei requisiti, bensì gli unici parametri utili a distinguere il lavoro occasionale ora sono: 1) la mera occasionalità della prestazione lavorativa (chiaramente un parametro che si presta ad interpretazione); 2) il limite patrimoniale dell’importo percepito dal lavoratore per anno solare (unico parametro oggettivo rimasto). In breve, l’abrogazione dei parametri soggettivi e oggettivi del lavoro accessorio, se da un lato agevola l’attività ispettiva, dall’altro libera l’interpretazione difensiva, con prevedibile aumento del contenzioso.

Quanto al funzionamento del rapporto di lavoro, a norma dell’articolo 70 del decreto legislativo 10 settembre 2003 n. 276, come novellato dalla legge 28 giugno 2012 n. 92, resta stabilito che: “ per ricorrere a prestazioni di lavoro accessorio, i beneficiari devono acquistare presso le rivendite autorizzate uno o più carnet di buoni orari, numerati progressivamente e datati per prestazioni di lavoro accessorio il cui valore nominale è fissato con decreto del Ministro del Lavoro e delle politiche sociali, periodicamente aggiornato, tenuto conto delle risultanze istruttorie del confronto con le parti sociali”.

Dopo l’acquisto dei buoni e prima dell’inizio della prestazione di lavoro, il Committente deve comunicare all’INPS il proprio codice fiscale/partita iva, la tipologia di committente, la tipologia di attività, i dati del prestatore (nome, cognome, codice fiscale) il luogo di lavoro, la data di inizio e fine della prestazione. L’operazione di comunicazione è necessaria per l’attivazione del buono lavoro, la successiva riscossione da parte del prestatore e il corretto accredito dei contributi e vale per l’assicurazione infortunistica INAIL. La mancata comunicazione all’INPS/INAIL comporta l’applicazione della maxisanzione di cui all’art. 4, comma 1, lett. a) della Legge 183/2010 (c.d. “Collegato Lavoro”).

Il prestatore di lavoro accessorio percepisce il proprio compenso presso il rivenditore autorizzato (prevalentemente l’ufficio postale), presentando i buoni ricevuti; per i buoni emessi prima della riforma il valore nominale è pari a dieci euro ( 7,50 euro per il prestatore, 1,30 euro per la gestione separata INPS, 0,70 euro per l’INAIL e 0,50 euro per la gestione del servizio).
Tale compenso è esente da qualsiasi imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato del lavoratore. Il lavoro accessorio è inoltre compatibile con la prosecuzione volontaria delle assicurazioni sociali.

Con riferimento ai voucher già richiesti e acquistati alla data di entrata in vigore dei nuovi più stringenti limiti per il ricorso l lavoro accessorio (18 luglio 2012), che finirebbero inutilizzati a partire dal momento in cui il lavoratore al quale erano destinati dovesse raggiungere il suo compenso massimo per anno solare, la stessa legge 92/2012 ha previsto, all’art.1 comma 33, un regime transitorio secondo cui : ”Resta fermo l’utilizzo, secondo la previgente disciplina, dei buoni per prestazioni di lavoro accessorio, già richiesti alla data di entrata in vigore della presente legge e comunque non oltre il 31 maggio 2013”. Precisa poi il Ministero (circ. n.18/2012) che l’applicazione della previgente disciplina ai rapporti di lavoro accessorio regolati con i voucher già richiesti alla data del 18 luglio 2012 è da intendere in relazione al campo di applicazione del lavoro accessorio (vecchia formulazione dell’articolo 70 del D.Lgs. 276/2003, con i limiti oggettivi e soggettivi e il limite economico previgente); inoltre, resta comunque ferma la possibilità di rimborso per quei buoni che alla data del 31 maggio 2013 dovessero risultare ancora inutilizzati. In ogni caso, dopo la riforma Fornero, la possibilità di ricorrere al lavoro accessorio come alternativa a forme contrattuali più onerose, risulta notevolmente ridotta.

In conclusione, il lavoro accessorio può essere visto come un lavoro senza contratto e con pochi adempimenti, diverso dal lavoro autonomo occasionale (art. 2222 c.c. e ss.) perché manca l’elemento dell’abitualità e della professionalità; diverso dalla collaborazione coordinata e continuativa e dalla collaborazione minima occasionale (mini co.co.) perché manca il coordinamento con l’organizzazione del committente; diverso dal lavoro subordinato perché il compenso è legato al risultato, non alla mera messa a disposizione delle energie lavorative (3).

Originariamente pensato per i soggetti a rischio di esclusione sociale o non entrati nel mondo del lavoro o in procinto di uscirne, pur impegnati in attività lavorative caratterizzate dalla brevità della prestazione e dal compenso non elevato; successivamente esteso, fino a sorvolare sulla natura occasionale e accessoria della prestazione(D.L. 112/2008), all’impiego in azienda di pensionati, percettori di Cig, Cigs, mobilità (D.L. 5/2009) e di lavoratori part-time (L.191/2009), nel solo rispetto del limite economico. Oggi, invece, il nuovo lavoro accessorio, pur destinato a qualsiasi soggetto che svolga qualsiasi attività, torna ad essere condizionato principalmente alla natura meramente occasionale e accessoria della prestazione (di non chiara definizione), nonché fortemente limitato nell’utilizzo stante il nuovo più stringente limite economico, e sembra soprattutto configurarsi come strumento di contrasto al lavoro nero.

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(1) Si ricorda infatti che il lavoratore occasionale accessorio non ha diritto alle prestazioni di malattia, maternità, disoccupazione e assegni familiari.

(2) In merito alla misura del limite economico, la circolare INPS n.88 del 9 luglio 2009, ha precisato che il compenso erogabile dal singolo committente deve intendersi come netto; dunque, per il committente il limite di importo lordo diventa di 6.660 euro, corrispondenti a 4.995 euro. Lo stesso vale, in proporzione, per i limiti di importo diverso da 5000.

(3) Solo per completezza di informazione occorre segnalare però che , dopo l’ultima riforma del lavoro, i compensi percepiti dal lavoratore secondo le modalità di cui all’articolo 72 (voucher) sono computati ai fini della determinazione del reddito necessario per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno (art. 1 comma 32 L. 92/2012), assumendo in questo caso il valore di reddito tutt’altro che sporadico, se da esso si fa dipendere il diritto di permanenza dello straniero sul territorio nazionale.


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